• Le sorprese artistiche di Forlì

    Benvenuti a Forlì, la città dove, come lasciava intendere il generale Dalla Chiesa, non succede mai niente (rispetto alla turbolenta e sanguinaria Palermo di inizio anni ’80). Di certo Dalla Chiesa non poteva prevedere l’assassinio di marca brigatista di Ruffilli (avvenuto sei anni dopo la sua morte): ma forse i forlivesi, romagnoli un po’ meno “bizantini” dei ravennati, non desiderano niente di diverso da questo quieto vivere di provincia: e comunque  la storia insegna che la tranquillità quasi sempre è la ricompensa per aver superato, con coraggio, molte esperienze tragiche e dolorose. Questo vale per parecchie delle città del nord Italia che, proprio come Forlì, furono direttamente coinvolte nell’orrore dell’ultima guerra civile italiana. Pietre miliari della memoria storica del capoluogo fondato nel 188 a.C. da Gaio Livio Salinatore (Forlì è una contrazione di Forum Livii) rimarranno per sempre due momenti del 1944: la strage di settembre all’aeroporto, quella in cui i tedeschi uccisero più di quaranta persone e ferirono nel profondo l’anima filo-semita della città, e il bombardamento nazista di dicembre, condotto con le devastanti bombe a sviluppo esplosivo orizzontale testate per la prima volta proprio su Forlì. 
    Prima di allora gli unici punti veramente critici della storia forlivese, a parte le inondazioni e le invasioni barbariche, era stato la crociata del cardinale Albornoz e le dure repressioni del 1831 operate dalle truppe pontificie: ma la Forlì apparentemente sonnacchiosa di oggi  è l’erede della città sgomenta ma mai disperante di settant’anni fa. Quella che si trovò a che fare con la ricostruzione di molta della sua arte, in primis la chiesa di San Biagio, il quattrocentesco forziere dell’Immacolata concezione di Guido Reni, e l’abbazia-basilica di San Mercuriale, il monumento religioso più antico della città, risalente all’894. Il vero cuore del cattolicesimo forlivese non poteva non custodire, accanto a opere di grandi artisti forestieri come il maestro dei mesi di Ferrara e Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole, anche quelle di grandi firme locali: parliamo nello specifico di Marco Palmezzano (1459-1539), l’esponente principale della cosiddetta scuola pittorica cittadina insieme al grande Melozzo da Forlì (1438-1494), maestro del primo e trait d’union tra Mantegna e Piero della Francesca nel campo della tecnica prospettica.  Le tracce della sua grandezza nella città romagnola sono visibili nella Pinacoteca civica, ala dei Musei San Domenico. La scuola forlivese, i cui pionieri furono due discepoli di Giotto, Guglielmo degli Organi e Baldassare Carrari, si ritiene fondata a tutti gli effetti da Ansuino da Forlì, maestro di Melozzo e collaboratore di Filippo Lippi a Padova: ha avuto epigoni almeno fino al XIX secolo (ricordiamo Giacomo Zampa), dopodiché, con la sua “estinzione”, non è certo finita la storia pittorica di Forlì. Nel ‘900, anzi, la grande scuola rinascimentale ha trovato un erede nel Cenacolo artistico Forlivese, aperto, però, sia agli artisti di Forlì che a quelli di fuori.  La stagione del Cenacolo si chiuse bruscamente con l’avvento del regime fascista, nel 1930, ma, nel dopoguerra, molti dei suoi esponenti continuarono comunque a dominare la scena artistica cittadina almeno fino agli anni ’80.  Nel frattempo si stavano o si erano affacciate alle tele e ai pennelli altre generazioni che con la guerra e il fascismo non avevano avuto niente a che fare, e altre ancora continuano ad affacciarsi, il che garantisce un  ricambio ininterrotto ad una secolare tradizione; questo compensa almeno in parte l’inesorabile
    declino del concetto associazionale, a tutto vantaggio delle realtà indipendenti e non allineate.  Tra le nuovissime leve della pittura  forlivese abbiamo avuto il piacere di conoscere, durante il nostro giro in città, Michela Fabbri, maestra d’arte diplomata nel locale liceo artistico e in seguito perfezionatasi all’Accademia Romagna. È una specialista dei ritratti con pathos, e ha già all’attivo alcune interessanti esposizioni, a Forlì e nel Forlivese. La sua “Rinascita” sembra risentire della lezione metafisica, la “Dama rossa” sembra un soggetto alla de Lempicka visto di spalle, in alcuni acquerelli mi è sembrato di rivedere Rabarama e i suoi amplessi. E pensare che i percorsi della vita stavano cercando di allontanarla dalla sua passione; ma lei l’ha ripresa per i capelli, con una volontà di ferro. Nella sua arte c’è una parola chiave: sfumare. E capirete perché.  
    Michela, iniziamo dalla carta d’identità: Fabbri è un cognome diffusissimo nell’area romagnola, e a Forlì e nel Forlivese è sinonimo di grandi artisti come Giovanni Fabbri o Pier Angelo Fabbri. La tua passione per l’arte è personale e autonoma o deriva da influenze familiari?
    Be’, in realtà, a dispetto del cognome, sono la prima artista della mia famiglia. Il babbo è un ex ciclista e la mamma è un’insegnante di scienze.  Nessuno, prima di me, ha avuto a che fare con pennelli e tavolozze: in effetti per il mio ramo Fabbri posso considerarmi  una pioniera del mestiere.
    Per te l’arte è una fuga dalla realtà e la frase che più ti caratterizza è: “l’artista è ciò che non potrà mai essere”. Ci si può vedere forse anche un riflesso del fatto che per molto tempo non ti sei potuta dedicare completamente e ufficialmente alla pittura, come magari avresti voluto?
    Esattamente, e questo a discapito di una frequentazione dell’arte iniziata prestissimo. Pensa soltanto che, in prima elementare, le lettere dell’alfabeto non mi piaceva solo scriverle, ma anche decorarle con ricciolini e ghirigori. “Ma tu non devi imparare a fare una bella lettera, devi imparare a scriverla!”, mi dicevano le maestre. Appena avevo un minuto di tempo, poi, mi buttavo a capofitto in un blocco di fogli bianchi e, più colore ci mettevo, più mi divertivo.  In seguito però ho compiuto studi molto lontani da un percorso artistico: ho fatto lo Scientifico, ho fatto Economia all’università, e ho dovuto riprendere la strada maestra che portava alla pittura sacrificando anche del tempo: parlo delle ore spese ai corsi serali del Liceo artistico di Forlì, un cammino impervio e non proprio comodissimo che comunque mi ha consentito di rimettermi in pari con le esigenze del mio spirito.     
    Si può definire la tua un’ “arte sensuale”, fatta di corpi nudi che spesso si trovano, anche se non sempre il loro incontro è necessariamente carnale?
    Sì, l’unione, pur essendo carnale, tende sempre allo spirituale. Questo riflette la mia continua ricerca di affetto. Che spesso ho trovato più negli animali che negli uomini. Ma adoro disegnare i corpi umani anche sulla scia dei miei venerati maestri classici: Michelangelo e Caravaggio in primis. Per quanto riguarda i moderni, tra i miei preferiti c’è invece Kandinskij.    
    I tuoi acquerelli sono molto istintivi, emozionali, quasi primitivi. Nei ritratti ad olio, invece, c’è una maggiore compostezza figurativa: stati d’animo diversi o tecniche precise applicate in ciascun campo?
    Mi sono “convertita” decisamente all’acquerello da non molto tempo, circa un anno fa, dopo un viaggio in montagna (Michela adora le Dolomiti, dove si ricarica spiritualmente, ndr), al culmine di un’esperienza personale non positivissima. Ma sono nata con l’olio proprio per acquisire le basi della tecnica ritrattistica e riproduttiva: tuttavia la troppa perfezione formale richiesta dall’olio, pur essenziale, non mi soddisfa in pieno e limita la mia vera creatività. Ecco perché la scoperta (o la riscoperta prepotente) dell’acquerello in un certo senso è stata la mia svolta, la mia liberazione: in fondo io credo che il cuore della pittura non sia la forma ma il colore, e credo anche che lo si debba far esplodere non a svantaggio della figura, ma proprio per esaltarla. E la sfumatura e la sbavatura acquerellate sono uno dei modi tecnicamente più significativi di realizzare quest’esplosione.         
    In generale, qual è la tecnica che prediligi? E il supporto?
    Be’, direi proprio l’acquerello. In fondo anche da piccola, quando pasticciavo con i pastelli, ciò che mi piaceva era proprio la possibilità di produrre quelle sfumature che poi avrei scoperto essere tipiche dell’acquerello. Ed ecco anche perché non ho mai amato particolarmente i pennarelli.  
    Quanto al supporto, al momento il mio materiale preferito è la carta di cotone.
    Che cos’è per te la fantasia?
    Un groviglio di sfumature di tre colori: giallo, rosa e blu (con tutte le loro sfumature).  Si tratta della triade cromatica che riassume il mondo di emozioni della mia infanzia, e che associo all’idea di allegria.   
     E l’ispirazione creativa, come la definiresti?
    Credo sia l’esperienza di un’emozione, che non dev’essere per forza straordinaria e fuori dal comune, ma quasi sempre affonda nella vita quotidiana e nella realtà delle piccole cose.
    Il tuo colore preferito (nella vita e sulla tavolozza)?
    Il turchese e l’azzurro. La ragione è che… adoro guardare il cielo, il mio orizzonte di raccoglimento e di serenità: devo dire, però, che non è il cielo limpido quello che mi fa impazzire, ma il cielo… chiazzato di nuvole!
    Nel tuo curriculum subito un’esposizione prestigiosa, al Maf di Forlì: poi Forlìfiera, altro agone non indifferente, e Cervia, dove esponi spesso (proprio poche ore dopo l’intervista, Michela sarebbe stata impegnata a Cervia con l’inaugurazione della mostra “Anime senza voce”, ndr). Che cosa sente un artista prima di ogni mostra?
    Parlo per me: è la paura della noia, se devo essere sincera. Mi mette a disagio vedere la maggior parte  dei visitatori passeggiare davanti ai quadri con indifferenza, ma mi fanno sentire ancora peggio le persone che si mostrano interessate ma per fare domande spiazzanti, tipo “Che cosa rappresenta quel quadro?”.  Non mi faccio illusioni: so che, a differenza di altri Paesi, in Italia l’arte non gode di un interesse di massa molto acceso. Al di là di tutto, comunque, per me una mostra resta un momento fondamentale soprattutto come occasione di confronto con altri artisti. E poi, non potrò mai dimenticare le emozioni che mi ha dato la prima mostra che ho fatto, al Maf (Mondial Art Free, ndr), e di certo non potrei fare a meno di quel senso di avventura che mi procura improvvisare un’esposizione in luoghi improbabili, grazie alla benevolenza e alla disponibilità degli amici o di persone che vogliono darti una possibilità.   
    A differenza che nella pittura, invece, purtroppo non esiste una vera e propria scuola scultorea forlivese: basti pensare ai quattro simboli statuari della città. Parliamo, innanzitutto, della statua della Madonna del Fuoco, in cima alla colonna vicino alla Cattedrale di Santa Croce, opera del ‘600 del veneziano Clemente Molli; e poi del monumento al mazziniano Aurelio Saffi nell’omonima, centralissima piazza (la stessa dove si affaccia San Mercuriale): inaugurata nel 1921, è opera dello scultore napoletano Filippo Cifariello, lo stesso del monumento equestre a Umberto I a Bari.  E il discorso non cambia per i due monumenti di piazzale della Vittoria. Quello ai Caduti o alla Vittoria (1932) è stato progettato da un architetto romano, Cesare Bazzani; i bassorilievi sono di Bernardino Boifava, uno scultore originario del Bresciano (Ghedi), e il gruppo bronzeo in cima alla colonna –tre Vittorie alate – è opera del carrarese Bernardo Morescalchi.  Originario dell’Abruzzo era invece Francesco Saverio Palozzi, autore del colosso di Icaro che dal 1940 sta davanti al Palazzo dell’ex collegio aeronautico. Si deve poi allo scalpello di un livornese, Salvino Salvini, il monumento all’anatomista Morgagni nell’omonima piazza, inaugurato nel 1931, mentre è cesenate la mano del gruppo bronzeo dedicato alle madri dei dispersi in guerra nel parco Franco Agosto: quella di Leonardo Lucchi. Sempre nel parco Agosto si deve ad un altro vicino di casa dei forlivesi, il ravennate Giannantonio Bucci, la statua di Carnera della fine degli anni ‘80. Di Pesaro era poi Gianni Cinciarini, autore del monumento al Carabiniere posto nel 2004 ai giardini Orselli. Addirittura dalla Bulgaria, poi, viene l’artista del monumento ai caduti Sikh della II guerra mondiale, posto dal 2011  di fronte al cimitero. Questo è, dunque il panorama: eppure nutriamo fiducia che le nuove generazioni possano essere protagoniste di un rinascimento forlivese prossimo venturo anche nel campo delle arti plastiche. 
  • Il Modugno di Mejer

    Il re degli abbracci. E non stiamo parlando del Gianni Morandi di una recente storia pubblicata su Topolino, ma del Mimmo Modugno che, dal 2009, dando le spalle al lungomare della sua città, Polignano a Mare, allarga le braccia al cielo con gesto consueto e plastico trasporto.
    Anzi, bronzeo trasporto: parliamo infatti di un Modugno scolpito nel bronzo, quello dell’artista argentino Hermann Mejer, modugniano nel cuore. E non avremmo potuto aspettarci qualcosa di diverso.
    L’opera si intitola Volare, e a prima vista sembra che la posa dell’interprete richiami quella, trionfante, con cui egli soleva eseguire il ritornello di Nel Blu dipinto di blu, sul palco di Sanremo; tuttavia l’abbigliamento non è certamente quello ingessato da gran serata sanremese, e non c’è traccia del pesante doppiopetto del ’58, né tanto meno del papillon correlato.
    Abbiamo a che fare con un Modugno monumentale, sì, ma molto più casual, quasi aerodinamico con quel suo completo freschissimo e la camicia leggera, sbottonata, e pronto, in un certo senso, a prendere il volo. L’aeroplanino re degli abbracci.    
    Maestro Mejer, che cosa sapeva di Domenico Modugno prima di accettare la commessa (che era anche un po’ una scommessa) relativa alla raffigurazione scultorea del grande cantante?
    Ho conosciuto l’opera di Domenico Modugno quando ero molto giovane: a casa nostra, in Argentina, si ascoltavano  le sue canzoni e mia sorella, più grande di me,  aveva i suoi album. Poi, certo, quando Gianni Torres, al tempo direttore artistico per le  celebrazioni di Domenico Modugno, mi contattò e mi trovai a misurarmi con questa grande responsabilità, cominciai subito a raccogliere la necessaria documentazione sul personaggio. E a recuperare materiale video-fotografico da riviste e poi interviste e altre testimonianze verbali; un contributo decisivo mi fu dato dalla moglie di Modugno, Franca Gandolfi, e da alcuni  collaboratori amici come il cantautore Rudi Assuntino, Loro  mi descrissero  tanti particolari della  personalità di Mimmo, le sue abitudini e alcuni tic come, ad esempio, quello di muovere la gamba sinistra, durante le sue interpretazioni,  flettendo il ginocchio ritmicamente. Qualcuno mi fece anche notare la grande cassa toracica di Mimmo, dovuta alla sua passione per il nuoto. Rudi Assuntino, poi, mi suggerì di visionare il video dell’opera teatrale “Rinaldo In Campo”, in cui Mimmo faceva la parte del brigante Rinaldo Dragonera: proprio da una sua particolare posa in questo ruolo, una posa orante , io ricavai l’immagine-base per la mia statua. Questa visione piacque particolarmente alla signora Gandolfi, che divenne così la mia principale sponsor presso il Comune, affinché vincessi la concorrenza degli altri miei colleghi contattati dall’Amministrazione e potessi aggiudicarmi il lavoro. Ci tengo tuttavia a precisare che Franca mi apprezzava già per alcune mie produzioni, in particolare per quest’opera.
    Secondo lei che emozioni procura agli abitanti di Polignano il suo Modugno? E a lei, invece, cosa resta di questa tappa della sua produzione?
    Penso che da parte degli abitanti di Polignano a Mare non ci sia un unico modo di vedere la mia opera, e comunque  ho ricevuto segni di vero apprezzamento sia da parte dai polignanesi che da persone di altre zone d’Italia, oltre che dall’estero. Sulla realizzazione della statua, poi, bisognerebbe scrivere un romanzo a parte, perché è una vicenda piena di aneddoti e di complicanze, dovute anche alla decisione  del vicesindaco Modesto Scagliuzzi di anticipare di un mese la consegna del monumento. Il che fu una forzatura non indifferente nel mio crono-programma, a cui non ero preparato: costretto a cambiare in corsa l’officina a cui avevo pensato di rivolgermi per la fusione del bronzo (il Comune mi propose di rimpiazzarla con un’altra), in poco tempo finii addirittura per cestinare tutto il mio lavoro e  dovetti rifarlo di sana pianta,  accumulando così un ritardo di ben sei mesi, Sicché l’opera, che doveva essere pronta per il 2008, venne effettivamente installata e inaugurata solo l’anno seguente: e non era quella che avevo pensato all’inizio e che la vedova avrebbe voluto; non era il Modugno con lo sguardo proteso verso il mare, ma, al contrario, un Modugno che, dimentico del blu infinito e quasi indifferente ad esso,  non ha occhi che per la sua città.

    Comunque, a parte la montagna di difficoltà, posso dire che per me è stata comunque un’esperienza di grande crescita professionale. E sono felice di avere portato a termine l’opera.
  • Portraits of foreign monumental statuary – Alan LeQuire, a modern Pheidias

    Probably Alan LeQuire, sculptor from Nashville, is universally known as the author of the reproduction of Athena Parthenos of Pheidias for the Parthenon of his city. 
    There are two things in common between the Athenian artist and LeQuire: an authentic passion for colossal statues and the origins, so to speak, pictorial.  
    Pheidias, in fact, according to Plinius, began practically as a painter. LeQuire, instead, began to breathe art at home thanks to his mother, who was a painter. And we cannot forget that drawing is an art that the same LeQuire does not neglect.
    An artist with a creative horizon which is classic but with a much modern artistic heart: and a substantial part of it, is Italian. 
    I lived in Bracciano in 1978-1979, and I return to Italy as often as I can“, so he told us. “I worked for an American sculptor, Milton Hebald, and I worked in an Italian bronze foundry. My real mentors are Giacomo Manzù, Emilio Greco, and Venanzo Crocetti.”
    Mr. LeQuire, the statue of Athena Parthenos was inaugurated in 1990, but how many years have you worked on it?
    I began work on Athena Parthenos in 1982. I unveiled her for the first time in 1990. Twelve years later I spent two months finished the gilding (23k. gold leaf) and painting.
    We unveiled her again in 2002. Throughout the process I worked very closely with the world’s leading archaeologists especially, Evelyn Harrison, and Brunilde Ridgway in the U.S. and George Mylonas in Greece.

    It seems that the face of your Athena resembles an Hollywood diva: is it a good impression? 

    Yes, I would say she looks a a bit like a Vegas show girl with all the gold, but I was following the advice of the expeerts, and I tried my best not to impose my own aesthetic ideas onto the sculpture. 
    That is true for the colors as well. I think Pheidias was an expert painter, for example, but because we have nothing that is definitively by his hand, I was limited to the colors found on pottery from the 5th century. Not a very appealing palette, or technique. 

  • Intervista ad Alba Gonzales

    Alba Gonzales, scultrice romana. In questa intervista ripercorriamo le tematiche principali della sua produzione e ci occupiamo del “caso” del Pescatore di cieli.  


    Maestro Gonzales, quanto è importante il richiamo della mitologia nella sua ispirazione?

    Le metamorfosi, più o meno evidenti, attraverso le quali descrivo la contaminazione dell’essere umano con la bestia possono, come molti critici d’arte hanno osservato, ricondurre almeno una parte della mia creatività al mondo dei miti.
    Sempre a proposito della contaminazione uomo-bestia, devo dire che il ciclo delle Sfingi e delle Chimere, tuttora non esausto, nasce da una serie di riflessioni pessimistiche sull’efferatezza potenziale delle azioni dell’essere umano, uomo o donna che sia.


    Il totem è l’unica struttura artistico-simbolica per la quale si sente di fare una deroga stilistica in favore dell’astratto?

    A questa sua domanda sui totem e l’arte astratta, devo rispondere dilungandomi un po’ di più.Per circa sette anni, dal 1978 al 1984, ho lavorato nei laboratori di Pietrasanta e Carrara, dove potevo scegliere tra i più svariati marmi , travertini, graniti e altre pietre dure.In quegli anni ho realizzato sculture antropomorfiche dalle grandi dimensioni che, pur non rappresentando la figura umana nella sua realtà, ne mantenevano il ritmo e l’equilibrio nel loro invadere lo spazio, sia in senso orizzontale che verticale.Non ho preconcetti nei riguardi dell’ astrazione; anzi ,dovendo collocare un ‘opera in un grande spazio, è a questo che guarderei essenzialmente: cioe ad un eventuale tema o simbologia da esprimere al meglio, perché penso, e non sono l’unica, che l’Arte sia “tutta” astrattaLe mie sculture in verticale le considero dei Totem, degli Obelischi in cerca d’infinito.
    Il busto di Bevilacqua spaccato in due emisferi rappresenta solo una sua visione del personaggio o è più in generale la sua interpretazione del busto come genere scultoreo?

     
                                                     La locandina della mostra di 
                                                cui il busto di Bevilacqua faceva
                 parte. 


    Non sono assolutamente una ritrattista. Mi sento più portata a rappresentare ciò che non “vedo” razionalmente, ma ciò che “sento”, i sentimenti, i significati che un’immagine corporea mi può ispirare. Nel 2008 Alberto Bevilacqua fece la mia presentazione al catalogo per la mostra personale alla Versiliana “Miti e Metamorfosi”. In quell’occasione pensai di fargli una sorpresa e il risultato fu una mia personale interpretazione della sua complessa, misteriosa e inafferrabile personalità.

    Nell’eseguire un’opera (una statua singola o un gruppo) che poi dovrà trovare collocazione in uno spazio pubblico, in che misura tiene conto, sin dall’inizio, delle caratteristiche di quello spazio pubblico? Lavora, cioè, nello stesso tempo, sul soggetto e sulla cornice reale del soggetto, o la concezione dell’opera è sempre avulsa dalla sua sistemazione?

    Ho già risposto in parte parlando dell’astrattismo, ma posso aggiungere che, avendo l’opportunità di collocare una mia opera in uno spazio pubblico, la mia scommessa sarà sempre quella di conciliare la mia visione e il mio sogno desideroso di armonia con il luogo in cui espongo, E parlando di Mito, lo spazio pubblico diventa pretesto per renderlo racconto fruibile a tutti.
    Basti vedere la mia scultura che ha come soggetto, Chira, la Centaura di Enea, sulla rotonda alla fine del Viale della Pineta di Fregene: ho immaginato Chira che con la musica, la danza e la bellezza conduce Enea verso la futura Roma.



    La vicenda del “Pescatore di cieli”

    Il telegramma inviato dal presidente Berlusconi
    per l’inaugurazione del monumento. 


    Nel 1989 io e mio marito, il dr Giuseppe Pietrantonio, creammo sul Lungomare di Fregene, su un terreno di nostra proprietà, Il Pianeta Azzurro, un centro internazionale di scultura contemporaneaNel 2003 vinsi con una mia opera – parlo proprio della Centaura – il concorso collegato alla concessione statale, a favore del Comune di Fiumicino, di un finanziamento del 2% per la messa in sicurezza della Pineta monumentale di Fregene (il comune di Fiumicino aveva acquisito la proprietà della Pineta nel 2001, ndr).
    Nel 2004 era sindaco di Fiumicino Giancarlo Bozzetto,deceduto da qualche anno. Era un un uomo molto appassionato d’arte, ed era sempre presente alle mie annuali mostre collettive internazionali, che allestivo al museo annesso al Pianeta AzzurroBozzetto negli anni era divenuto un caro amico di famiglia. Entusiasta dell’opera con cui mi ero imposta, mi chiese se potevo fare una scultura per Fiumicino, scultura che avrebbe posto sul nuovo porto che si progettava di costruire.
    Acconsentii, pur sapendo di dover sacrificare quanto mi era rimasto, in termini di entrate, dopo la realizzazione e la fusione in bronzo della Centaura: scelsi di lasciare un secondo monumento sul territorio fiumicinense e così mi impegnai a progettare un’opera il cui tema, in una comunità fatta essenzialmente di pescatori, era scontato.

    La motivazione ispirativa alla base dell’opera
    di Alba Gonzales.



    Queste due sculture, la Centaura e il Pescatore, per alcuni anni a partire dal 2004/5, rimasero posteggiate nel mio spazio espositivo privato. Il primo a “migrare” fu il Pescatore, che nel 2010 venne inaugurato (al centro della rotonda in piazza dei Delfini a Fiumicino, ndr) dal sindaco Mario Canapini che voleva attribuirsi il merito dell’iniziativa. Io, però, dichiarai pubblicamente che la commessa mi era stata assegnata  dall’ex sindaco Bozzetto, e che quella scultura era, oltretutto, un mio regalo personale alla cittadina di Fiumicino.
    La Centaura di Enea, invece, il 18 aprile del 2015, dopo 12 anni dalla sua realizzazione, è stata posizionata, con la cerimonia di rito presieduta dal sindaco Esterino Montino, sulla rotonda del piazzale di Fregene.
    Questa primavera (del 2016, ndr) ho ricevuto una telefonata da un operaio che stava lavorando con altri suoi colleghi all’abbattimento della rotonda in piazza dei Delfini a Fiumicino. Si trovavano in difficoltà poiché dovevano rimuovere la statua, ma avevano paura di romperla e inoltre, nel magazzino, avevano problemi di spazio. Li rassicurai che sarei andata subito per indicar loro come procedere e comunicare che potevano metterla al sicuro nel mio giardino. Fu immediatamente fatto il trasloco quella mattina stessa.
    Finite le operazioni di rimozione, mi richiamò lo stesso operaio per avvisarmi che potevo andare a riprendere la targa in bronzo con il titolo e il mio nome.
    Neanche una telefonata da parte della segreteria del Sindaco e nessuna lettera che spiegassero almeno le motivazioni dello spostamento, e magari anticipassero un futuro nuovo collocamento della statua.
    Arrivata l’estate, venni invitata dal manager Gianni Marsili per la consueta manifestazione d’arte da lui promossa (si svolge da giugno ad agosto) “Lungo il Tevere…Roma 2016“, giunta alla quarta edizione.
    Marsili, da sincero innamorato de “Il Pescatore di cieli“, mi aveva chiesto di esporla. Ed io ho aderito serenamente al suo invito, non sentendomi più in alcun modo vincolata al comune di Fiumicino, dopo il trattamento di cui le ho parlato.
    Devo confessarle che come artista mi sono sentita offesa.
    Mi ha consolato, negli ultimi tempi, poter pensare che, in base ad una indagine fatta presso i locali pubblici e gli abitanti del Villaggio dei Pescatori di Fregene, la prospettiva di poter posizionare il mio Pescatore sulla rotonda, prima dell’inizio del villaggio, entusiasma gli animi.
    So anche che il sindaco di Fiumicino, informato di questo referendum, si è  risentito di questo e ha rivendicato la proprietà dell’opera che, a suo dire dovrà essere posizionata vicino al ponte sul Tevere (il ponte 2 giugno, ndr), quando si faranno dei nuovi lavori.
    Per il momento, in attesa di sviluppi, continuo a “parcheggiare” l’opera che avevo regalato a Fiumicino. Essa,  il 28 agosto, finita la mostra sul Tevere, è rientrata, come un figliol prodigo suo malgrado, al Pianeta Azzurro.